fogliedivite 2.2

note fugaci, segnalazioni, assaggi, letture e sfizi vari ad alto tasso di transitorietà

Una pausa nell’esistenza

commenti qui dalle 14:55 di martedì, 13 maggio 2008, in letture, frammenti
Words have become too self-conscious, too anxious, to sit still on the page. In a world blaring with YouTube videos and buzzing with blog posts, there is, especially in fiction, an apparent need to justify the extended use of text. Why write a story when you can film one? Why read when you can watch? Writers, when they react to this new instability, tend either to defiantly renounce the page or to defensively embrace it. There are the novels, always increasing in number, that comply with the rush, and eclipse or fragment language and compress plot into as few words as possible. These mysteries and romances may elicit emotion, but they rarely restructure the world. They are an entertainment to keep pace with the chaos. At the most extreme, cell phone novels—novels literally thumbed on a cell phone and distributed to and read on millions of others—accounted for five of Japan’s ten 2007 best-sellers. With chapters averaging around seventy words, they can be read alongside life—you can read the first chapter on the way from your office to the restroom, and finish the whole book before you flush. Gone is the ancient scruple that reading should be an interruption in existence. [...]

Francesca Mari, Cosmic Realism, «The New Republic», 12 maggio 2008.

In estrema sintesi #1

commenti qui dalle 09:09 di lunedì, 12 maggio 2008, in segnalazioni
I pericoli del wi-fi, il cotone biologico, la bioedilizia, tra le tante cose interessanti e su cui riflettere proposte ieri sera da Report; l’annuncio dei finalisti del Best of the Booker, nel quarantennale del Booker Prize, nottetempo nella posta elettronica (per la cronaca, uno dei sei romanzi – The Ghost Road di Pat Barker, 1995 – non risulta ancora tradotto, mentre un altro – il Conservatore di Nadine Gordimer, 1974 – non è ripubblicato da anni).

Rosae rosarum rosis

commenti (1)qui dalle 08:40 di domenica, 11 maggio 2008, in immagini, assaggi, svagatamente

Dedicato a tutte le mamme, dalle giovanissime alle più anziane, questo “furto” innocente da un roseto selvatico, rigoglioso e dimenticato, in mezzo a un campo ridente di orzo. E  a corredo un passo di Vollmann, dalla Camicia di ghiaccio (p. 166), sulle rose in un vaso:

[...] Spesso ho notato che quando le rose recise in un vaso cominciano ad afflosciarsi, ce n’è una che per un po’ resta dritta; distogliendo lo sguardo da quelle campane cremisi a capo chino che un tempo le facevano compagnia, assorbe la luce finché può, anche se le sottili foglie inferiori hanno già perso vigore. Come mai quell’unico fiore sopravviva agli altri non so dirlo. Non è fiorito dopo. Non sembrava più sano. Ma adesso è rimasto solo, e per ciò diventa il più bello. [...]

Nazionalità: “blogger”

commenti (4)qui dalle 10:59 di venerdì, 09 maggio 2008, in segnalazioni, frammenti
Devo essere parecchio distratto* o preso da altro in questi ultimi tempi se non me n’ero ancora accorto; ma ora che so – via «The Daily Dish» di Andrew Sullivan – rimedio e le dedico un rapido post. A chi? All’intraprendente e coraggiosa Yoani Sánchez, filologa cubana 32-enne, autrice del seguitissimo «Generación Y» (desdecuba.com/generaciony), blog ospitato su un server tedesco, ma, pur fra mille difficoltà (tipo fingersi turista per accedere a qualche punto internet dell’Avana), scritto da Cuba, di cui Yoani racconta pungenti spaccati di vita quotidiana. Ciò le è valsa prima l’assegnazione del premio Ortega y Gasset (l’equivalente spagnolo del Pulitzer) per il giornalismo online, quindi l’inserimento nella lista di «Time» dei cento personaggi più influenti del 2008. Tutta questa popolarità e attenzione non è chiaramente piaciuta al regime castrista, che, dopo aver già tentato di oscurare il blog, negli ultimi giorni le ha negato il permesso di recarsi a Madrid alla cerimonia di consegna del premio Ortega y Gasset. Fatto che Yoani, dopo aver detto di sentirsi come «un bebè in fasce» mentre attendeva la risposta delle autorità, alla fine ha ironicamente commentato così (riporto la traduzione del post fatta qui da Giordano Lupi, mentre la foto a lato è presa da un articolo di «El País»):

Come se fosse poco ieri mi hanno dato un nuovo premio. Quello che ho ricevuto porta un titolo da pellicola del sabato: “la blogger prigioniera” e consiste nel non lasciarmi andare a Madrid per la cerimonia del premio “Ortega y Gasset”. Quelli che me lo consegnarono hanno voluto dare il loro nome e cognome, anche se in questo blog siamo arrivati a menzionarli come “loro”. Sono quelli che, dietro un’uniforme militare, maneggiano i nostri diritti di cittadini e non danno spiegazioni ma impartiscono ordini. Non credevo di meritare tanta attenzione, però se i funzionari insistono, accetto questa nuova distinzione. Loro dimenticano che nel cyberspazio la mia voce può viaggiare senza limiti, uscire ed entrare senza chiedere permesso… Non importa se trattengono il mio passaporto. Tra un anno ne avrò un altro che porterà scritto come nazionalità una breve parola: “blogger”.

Forza Yoani, siamo con te! (Alcuni link utili: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7.)

* E un bel po’ distratto negli ultimi mesi devo esserlo stato davvero, da non aver né letto né visto il ritratto pubblicato da «Internazionale» (numero 730, 8 febbraio 2008, pp. 60-61), traduzione di un servizio del tedesco «Die Zeit», e nemmeno un suo articolo, riproposto sempre da «Internazionale» (n. 741, 24 aprile 2008, pp. 44-46), tratto dal messicano «Letras Libres».

La mia fiera 2008

commenti qui dalle 22:29 di giovedì, 08 maggio 2008, in cose ± mie
Ha preso oggi il via a Torino la ventunesima edizione della Fiera del Libro. Per mancanza di tempo – e un po’ pure di volontà (dopo esserci già stato sette volte, dal ’92 al 2005, e quattro solo nel nuovo millennio, è subentrata una certa noia e stanchezza. E anche farsi non meno di sette-più-sette ore di treno comincia a non essere più uno spassoso diversivo) – nemmeno quest’anno, il terzo consecutivo, sarò presente. A rappresentarmi, comunque, ci saranno – o così spero – almeno due mie recenti traduzioni, che, una volta tanto, promuovo senza troppi pudori: La camicia di ghiaccio di William T. Vollmann (Alet Edizioni, 2007), su di cui dovrebbe uscire anche un articolo-recensione su «Pulp Libri» di maggio-giugno; Colloqui di pace di Uri Savir (luca sossella editore, 2008). Quest’ultimo, soprattutto, malgrado l’editore non sia lì con un suo stand, spero che possa avere una buona visibilità e accoglienza, sulla scia della presenza di Israele quale paese ospite della fiera: l’autore, infatti, tra il 1993 e il 1996 è stato il negoziatore capo israeliano degli Accordi di Oslo; per molti anni braccio destro di Shimon Peres, nel 1996 ha poi fondato il Peres Centre for Peace, di cui è presidente, e nel 2001 l’organizzazione internazionale The Glocal Forum, che promuove attività e scambi cooperativi e diplomatici tra le città del mondo. Partendo proprio dalle esperienze di pacificatore, ma anche dalle conseguenti, amare delusioni e frustrazioni, che nel complesso lo hanno portato ad avere uno sguardo molto critico verso le strategie di pacificazione tradizionali, a suo dire rimaste ferme al XIX secolo («anziché promuovere una base solida dove spargere i semi della pace e permettere loro di attecchire, sostenendo in questo modo le società, la pace è ancora vista come l’intervallo tra le guerre»), nel libro Savir prova a definire un approccio moderno e innovatore al peacemaking, basato sulla conciliazione di quattro elementi che si sovrappongono: pace partecipativa, o “glocalizzazione”; ecologia della pace; peacebuilding; diplomazia creativa. Il tutto nella convinzione che «oggi la pace dipende dalla spinta e dalla mobilità sociale che le società possono conseguire con la pace, anziché dalla forza che emana dall’uso della violenza. Gli attributi sociali, economici e culturali sono critici per reindirizzare i paesi verso una cultura della pace». Ma prima ancora l’idea, che deve fare breccia, che «il processo per risolvere i conflitti e l’instabilità deve cominciare dallo sforzo per la pace. La pace prima» (che poi è anche il titolo originale del libro).

«Amore in excelsis! Henry»

commenti qui dalle 01:20 di martedì, 06 maggio 2008, in frammenti, vintage, note fugaci
Ieri pomeriggio, ascoltando Radio 3 Fahrenheit, ho avuto il piacere di scoprire che, per  la seconda o terza volta, mi ritrovo in casa uno dei volumi oggetto della popolare rubrica Caccia al libro: è Cara, cara Brenda. Lettere d’amore di Henry Miller a Brenda Venus (introduzione di Alberto Moravia, prefazione di Lawrence Durrell, a cura di Gerald Seth Sindell, traduzione di Ettore Capriolo, Feltrinelli 1986, pagg. 160), forse uno degli ultimi libri ricevuti nel 1987 tramite il Club degli Editori, nella relativa edizione. Curiosamente, già da qualche tempo mi proponevo di riprenderlo in mano, tanto da averlo tolto da una vecchia libreria e spostato nell’attuale studio. Ora, potrei anche metterlo a disposizione di chi lo cerca, ma vorrei prima rileggerlo con calma. Nel frattempo, scorrendo le pagine, l’occhio mi è caduto su una lettera che mi piace qui citare. Un altro passo, che riassume bene la natura e il carattere di questo epistolario tra un ultraottantenne Henry Miller (malato, stanco e disilluso, ma ancora il più celebrato scrittore d’America) e la ventenne Brenda Venus (aspirante attrice d’origine italo-indiana, occhi verdi, lunga chioma nera, forme prorompenti), si può trovare verso la fine di un file pdf sulle lettere d’amore.

Giovedì 16 settembre 1978
Carissima Brenda,
Sto provando un nuovo paio d’occhiali per leggere, ma per ora non noto una grande differenza tra questi e i vecchi. [...]
A parte la tua bellezza, ho sentito ieri sera quanto sei forte, sia fisicamente sia moralmente. Come ti riprendi presto da una cosa o dall’altra. E come sai essere calma. Non credo che vorrei mai vederti in collera. Hai mai notato come diventa brutta la gente quando s’arrabbia? Quando io perdo le staffe, mi sento sleale con me stesso. Ma c’è chi sa provocare questo – e come reagire è un eterno problema. “Porgere l’altra guancia” non è certo la soluzione. E neanche “rispondere al fuoco col fuoco”. Sembrano saperla più lunga i maestri di karaté. O ridono o si allontanano senza una parola. Se aggrediti, basta che facciano una piccola mossa e l’avversario è sistemato. Ma il karaté insegna soprattutto la pace a qualsiasi costo. Solo i forti, però, gli esperti, sanno agire in questo modo. Tu che ne dici?
Mi hai chiesto ieri sera se pensavo che le cose arrivano quando hai smesso di cercarle. Non posso che ripeterti di sì, perché le cose cercano sempre di arrivare a noi, ma siamo noi (con la nostra ignoranza) che blocchiamo questi sforzi di Dio o del destino o di quello che vuoi tu. L’importante è aver fede. Aver fede anche quando sembra che tutto stia andando male. Specialmente allora. (Quella gran donna di Mary Baker Eddy non era scema. La fede può essere inutile per curare i foruncoli o inezie del genere, ma nelle cose che contano funziona.)
Contano tutte le cose? Sì! Le piccole sono spesso più importanti di quelle che sembrano grandi. Mi segui? Se avessimo più fede, non ci daremmo tanto da fare, saremmo più fiduciosi, più sereni. E per me la serenità vale più della felicità. Felicità è una parola molto sopravvalutata. È la gioia che conta – o la beatitudine. La sensazione di essere al VII cielo. Sei d’accordo?
Perché sto divagando in questa maniera? Per dare a me stesso una lezione, suppongo. [...]
Be’, adesso basta. Abbi cura del tuo piedino e sii te stessa!

Amore in excelsis!
Henry

Un soffio di energia

commenti (3)qui dalle 09:36 di lunedì, 05 maggio 2008, in letture, frammenti
[...] A salvarmi dalla deriva snob fu la corrispondenza che cominciai a scambiare con i lettori della posta del cuore. Questa consuetudine ormai decennale mi ha riportato sul pianeta delle persone normali, che, nonostante siano le meno considerate dai media, continuano a rappresentare la stragrande maggioranza della popolazione reale.
Ed è grazie alla posta del cuore se ho cambiato di nuovo idea sul contrario della bellezza. Ora non penso più che sia la bruttezza. E nemmeno la volgarità. Ora penso che il contrario della bellezza sia la mancanza di energia. In fondo si può estrarre bellezza persino da qualcosa di volgare. Ma nessuno riuscirà mai a tirare fuori nulla di godibile da qualcosa di esangue. Proprio nelle risposte alle lettere degli innamorati affranti ho affinato la convinzione che l’essere umano sia nient’altro (e non è poco) che un soffio di energia. E che la vita intera, e l’arte che ne sublima le forme, siano scambio continuo di energie. [...] Si può essere belli pur essendo brutti. L’importante è smettere di essere (e di sentirsi) sfigati. Nel senso di flaccidi, passivi, e ripiegati su se stessi, senza la capacità di avere uno slancio e credere nel futuro. Una malattia terribile, ma guaribile. Basta ingurgitare ogni giorno dose omeopatiche di bellezza dalle tante opere d’arte che ci attraversano ancora il cammino.

Massimo Gramellini, Il brutto è mancare di energia, «Tuttolibri», 3 maggio 2008, p. XV.

Il silenzio della scrittura

commenti qui dalle 02:04 di giovedì, 01 maggio 2008, in letture, frammenti, note fugaci
Della statunitense Marilynne Robinson (ora finalmente uscita in Italia con la traduzione di Gilead, di cui anche da noi non mancano le recensioni elogiative) posso dire di aver colto con buon tempismo il grande valore: può far fede, qui, un post del giugno di tre anni fa. Per la catalana Nuria Amat ho tuttavia una passione che va avanti da ancora più anni (almeno otto); ma, benché non la vedrei male (ri)pubblicata da qualche editore italiano, devo accontentarmi di leggerla – e consigliarla di leggerla (magari sul blog) – in spagnolo. Come nell’ultimo romanzo, Deja que la vida llueva sobre mí (Lumen, Barcelona 2008), uno dei libri presi la scorsa settimana e ora subito in lettura, scavalcando molti degli arretrati. Qui un breve passo (p. 42):

[...] Si está nervosa, le saltan las palabras de la lengua y choca continuamente con ellas. En alguna parte ha leído que un tartamudo no llegará nunca a convertirse en escritor mediático. Pero leyó también que la tartamudez favorece la posibilidad de que tras ese defecto esista un escritor de fuste.
Abre un libro y lee, sin leer, sumida su ilusión en la sala de espera de un médico.
Prefiere el silencio de la escritura. En el rectángulo de la página se siente en su medio. Su mar de medias palabras. Come si no tuviera ojos, ni pies, ni manos. Sólo pensamiento. [...]

Barcelona, posa’t guapa

commenti (1)qui dalle 11:49 di martedì, 29 aprile 2008, in immagini, contributi
[Con grande gioia ricevo e pubblico un gustoso contributo della mia dolce e paziente e talentuosa compagna di viaggio a Barcellona.]


di Copydimare

La rivedo dopo vent’anni, e Barcellona si fa (sempre più) bella. L’orgoglio di sé, della propria storia e la voglia di costruire, lo slancio verso il futuro coesistono in stupefacente armonia, rispecchiate in innumerevoli impalcature che sostengono l’antico e in falliche architetture ultramoderne sparate verso l’alto. Mi ricorda molto Berlino, ma in chiave mediterranea: in più ci sono mare, sole, calore, colore.
Vitalità, spontaneità e fantasia si respirano per le strade, si rispecchiano nei volti delle persone, nella naturalezza dei loro corpi in movimento mai affannato, contrastando con i look costruiti dei turisti italiani, troppo presi da se stessi e dall’essere parte di un paesaggio; gli italiani che guardano e si guardano da fuori, mentre spagnoli e catalani, invece, ci stanno dentro per davvero – il mio amico Gab direbbe, usando uno pseudo “phrasal verb” angloitaliano: loro sì che sono “into”!
Ho provato a starci dentro e a godermela anch’io per quattro giorni, la Barcelona guapa, ma non ci sono riuscita del tutto. Ho combattuto con gli auricolari e gli orari del turistico, non indispensabile Barcelona Bus. Ho respirato e acquistato cultura nell’oasi multilinguistica della Casa del Llibre. Ho atteso in fila compatta e sofferta per l’ascensione alla Sagrada Família e rinunciato a farne altre per le varie, meravigliose case gaudìose. Ho agguantato e ammonticchiato tapas su piatti sempre troppo piccoli, senza vergogna. Ho sofferto, insieme ad un pazientissimo compagno di viaggio, le lunghe ricerche e attese per ristoranti (non illudetevi di trovare posti liberi andandoci tardi, perché “tanto gli spagnoli cenano a sera inoltrata…”, e per carità non state a fidarvi dei consigli di amici/amici di amici che sono-stati-in-quel-localino-tanto-tipico-e-carino-e- fanno-delle-seppie-alla-brace-fantastiche-ed-ha-pure-prezzi-onesti: molto probabilmente è chiuso o al completo o introvabile o niente di che, quindi seguite soltanto il vostro naso). Ho ammirato le costruzioni barocche di frutta verdura pesci e prosciutti della Boqueria e la facilità d’orientamento nella metropolitana. Ho volato di nuovo, grazie al sostegno di un vero viaggiatore, nonostante gli aerei non mi stiano proprio simpatici, specie quando il pilota si chiama Krysztof o Gordon (se proprio sto per morire, almeno che me lo annuncino nella mia lingua!) e dimostra sì e no vent’anni. Ho sbuffato nei negozi di souvenir come un’autentica snob di merda. Ho aspirato beata l’odore del mare, seduta tra un turista addormentato e un guardone decisamente sveglio. Ho invidiato i vecchi seduti a gustarsi un caffé in ghiaccio e le donne disinvolte sui tacchi alti lungo la Rambla. Ho pensato di buttare via tutte le mie scarpe e comprarmi invece un paio di piedi nuovi dopo la spedizione al Parc di quegli straricchi dei Güell. Ho perso tante, ma tante, ma tante di quelle occasioni per starmene zitta e contenta a godermi la città… però almeno UNA volta avrei dovuto parlare: quando mi è toccato ascoltare italiani trasferitisi lì da oltre dieci anni mentre magnificano le conquiste spagnole e deridono le arretratezze dell’ex Bel Paese. Tutto vero, purtroppo, ma basta con questo buttarsi giù! Mi verrebbe quasi da dire “Rialzati Italia” se non fosse che qualcuno questo slogan lo ha già usato. “Italia, fatti bella”, allora: ma oltre alla facciata, occupati della sostanza.

Lunedì mattina

commenti qui dalle 11:31 di lunedì, 28 aprile 2008, in note fugaci
Dopo una settimana riprendo il giro mattutino per i blog che seguo abitualmente e di colpo mi accorgo di quanto stessi bene i giorni scorsi, lontano dall’Italia ma anche – o soprattutto – dalla rete, con le sue infinite polemiche e polemicucce. Mica perché non si trovino in giro spunti interessanti, ma impiegare così un paio di ore quasi ogni giorno non mi sa di molto utile e produttivo. Se poi penso che oggi, nel pomeriggio, arriveranno anche i risultati dei ballottaggi e in tv riprenderà la ridda di commenti e controcommenti, ho un vago sentore che presto mi tornerà un gran mal di testa, e un desiderio di isolarmi o viceversa andare tra la folla anonima a cercare sorrisi e gesti spontanei e sinceri.

Mi mancherà...

commenti (6)qui dalle 13:20 di domenica, 27 aprile 2008, in immagini, note fugaci

...la colazione quotidiana nel multicolore, multivitaminico, multieffervescente mercato della Boqueria. Mi mancheranno un sacco di altre cose di Barcellona – in particolare la sua anima dinamica e in continuo divenire – ma questa è sicuramente una delle immagini che mi resteranno a lungo impresse della breve vacanza catalana per Sant Jordi.


Quando, stando alle cronache, in un sol giorno in tutta la Catalogna si sarebbero venduti libri per venti milioni di euro – quasi il 10 per cento del totale dell’anno (gran mattatore Carlos Ruiz Zafón con 125mila copie di El jeugo del ángel, onnipresente con pile enormi da ogni parte, sulle Ramblas e non) – e sei milioni di rose, per altri venti milioni di euro.


Non so invece fornire dati per le birre scolate lo stesso giorno dai tifosi del Manchester United, giunti a frotte – tra gli stranieri visti in giro, forse davanti solo a noi italiani – per la semifinale di Champions con il Barça, ma di certo sono state una bella cifra, al pari di magliette e gadget vari venduti nel megastore del Camp Nou e nelle altre FCBotigas.


Più in generale, però, direi che di Barcellona mi resteranno soprattutto impressi i tanti volti sorridenti incrociati per vie e piazze, ben più delle squisite bellezze architettoniche che pure non mi stancherò di ammirare scorrendo le 500 e passa foto che mi riporto da un viaggio dove ho spesso avuto il clic facile, ma proprio non si poteva fare diversamente.

Lost in my absent-mindedness

commenti (1)qui dalle 00:50 di domenica, 20 aprile 2008, in lapidario, note fugaci
«La grande forza di Barcellona, ciò che la rende diversa dalle altre città, è la sua capacità di reinventarsi costantemente.» – Benedetta Tagliabue

Vedremo, vedremo! Il mio tardo battesimo del volo (se non ora, quando? Quando peak oil e carburanti alle stelle renderanno di nuovo gli aerei un lusso per pochi o li terranno inchiodati a terra, in attesa di alternative?) ha pressoché le ore contate, ma io, al solito, ho un mucchio di cose ancora da ultimare e sistemare. Vabbe’, tra oggi e domani si farà. Intanto, in questo placido sabato notte con una spettacolare luna piena e nell’aria già meravigliosi profumi di maggio, provo a portarmi un altro poco avanti nel lavoro, avendo come colonna sonora l’affascinante Aimee Mann e il suo melodioso e lirico Lost in Space.

L’arcobaleno del mattino...

commenti qui dalle 07:42 di sabato, 19 aprile 2008, in segnalazioni, immagini, divinazioni
arcobaleno1

«...molta acqua manda al mulino» (mentre se c’è «arcobaleno in serata, l’acqua è ormai terminata», secondo una pagina di proverbi sul tempo). Per ora, comunque, solo vento ad accompagnare l’inizio del festival piceno Saggi Paesaggi (18 aprile - 4 novembre 2008) e della mostra Potere e splendore: gli antichi Piceni a Matelica (19 aprile – 31 ottobre 2008).

Per il piacere di spigolare #3

commenti qui dalle 08:43 di giovedì, 17 aprile 2008, in spigolature
Questions about extinction and conservation stir complex human questions that are difficult to answer but important to frame. What do we owe the natural world and why? Is it pure self-interest—the need to maintain biodiversity in order to maintain healthy balance in the world we draw food and medicine from? Or is there a deeper, transcendent sense of obligation, even in a post-Darwinian world? Are we still biblical stewards of the earth? And what would we sacrifice to save a bird, or an animal lower on the evolutionary ladder?

Jonathan Rosen, Talk Birdy to Me, «The New Republic», 23 aprile 2008.

The crusade against comics [in America in the ’50s] crystallized what was subversive about comics—how, exactly, comics were agents of change in both aesthetic values and social attitudes. To a significant degree, the function of comics was to challenge the standards of adult society, and the reaction to their success helped clarify that function to comics artists, writers, and readers.

David Hajdu, in David Hajdu e Douglas Wolk, A TNR Debate: ‘The Ten-Cent Plague’ (Part 1, Part 2, Part 3, Part 4), «The New Republic», 7-11 aprile 2008.

“When I first heard this [butterfly effect] idea, I thought it very clever but it couldn’t be literally true,” said James Gleick, a science writer and author of Chaos: Making a New Science (1987), which explored Dr. [Edward] Lorenz’s work. “But it is literally true. Complex dynamical systems, if they are chaotic, never repeat themselves. They are capable of an infinite variety of behavior.”
This means that simple systems can result in complex behavior and that the slightest change in underlying causes can make the result unpredictable.

Patricia Sullivan, Edward Lorenz; Pioneer in Creation of Chaos Theory, «The Washington Post», 17 aprile 2008.

Per me Internet è la concretizzazione di un approccio frammentario alla lettura che già da prima sapevo essere caratteristico del mio incontro con i libri e con il mondo.

Jonathan Rosen, Il Talmud e Internet. Un viaggio tra mondi, traduzione di Silvia Maglioni, Einaudi, Torino 2001.

AbeBooks in italiano

commenti qui dalle 07:08 di mercoledì, 16 aprile 2008, in segnalazioni, note fugaci
Proseguendo nell’opportuna disintossicazione* postelettorale partita ieri sera (a letto prima delle nove, saltando in tronco i vari Otto e mezzo, Ballarò, Porta a porta, Matrix ecc.), torno anche qui a più miti occupazioni. Per iniziare, segnalo il lancio, da lunedì, di AbeBooks.it: la versione in italiano del sito di «libri nuovi, antichi, usati e fuori catalogo» AbeBooks.com, con «ampie sezioni dedicate a libri rari e fuori catalogo italiani», «accesso a oltre 110 milioni di libri da 13.500 librerie» e «prezzo di vendita [...] espresso in Euro». (Brano disintossicante consigliato per oggi: “Tom’s Diner” di Suzanne Vega.)

* In questa rientra anche la decisione odierna di eliminare, insieme ad altri, alcuni degli ultimi post “politici”: potare, sfrondare, cestinare e ripulire è sempre sommamente liberatorio e rigenerante.

Poche ore

commenti qui dalle 10:14 di lunedì, 14 aprile 2008, in immagini, note fugaci
Poche ore ancora, poi tutto sarà finito, sarà finita l’attesa rilassata, sarà finito il silenzio mite, sarà finita l’illusione di vivere in un paese pressapoco normale, e il teatrino potrà ricominciare da capo. Meglio godersele, allora, queste poche ore da qui alle tre. Dopo, che mal di testa a seguire exit poll, proiezioni, risultati, dichiarazioni a destra e manca.

Per il piacere di spigolare #2

commenti qui dalle 09:12 di sabato, 12 aprile 2008, in spigolature
In some ways I think that this book waited for me to become a better person before it wrote itself. Junot Diaz

Fiction writers emerging from the world of journals often want to write about the hungers of their generation, the wants and hopes, the dreads and fussing, that might characterize a group of brainy young people struggling for success at the prime of their lives.Andrew O’Hagan

True intercultural dialogue [...] is under way in these lonely moments shared by two people from two different worlds. It’s a quiet, gentle, imperceptible kind of process: one of these two worlds, the more affluent, is outsourcing its suffering; the other, the world I come from, is accepting to service this suffering with lightness and a certain dose of naivete.Diana Ivanova

Juno e Marjane

commenti qui dalle 09:42 di mercoledì, 09 aprile 2008, in visioni
Due film in pochi giorni, come non succedeva da tempo: Juno sabato nel multiplex di un centro commerciale; Persepolis ieri sera in una sala adibita settimanalmente a cineclub. Due storie che in apparenza hanno poco, pochissimo in comune, se non che al centro ci sono due ragazze: la liceale americana Juno, nell’anno in cui si ritrova con il suo “fagiolo” da “sparare” fuori, dando prova di grande coraggio e maturità, sicuramente più di altre figure adulte, prima di tornare a una vita ancora di adolescente; l’iraniana Marjane, in un lungo flashback animato, dai sogni dell’infanzia al disincanto della maturità, e passando attraverso ben altre vicissitudini: una rivoluzione, una guerra, l’esilio, la solitudine, la diversità, le delusioni amorose, il ritorno in patria, le battaglie quotidiane in una società buia e repressiva, un matrimonio precoce e fallimentare, la depressione, l’esilio definitivo (e l’approdo dal bianco e nero al colore, appena accennato). Due ragazze/donne che, pur con qualche comprensibile cedimento, sostanzialmente non si danno mai per vinte. Due modelli positivi, quindi, anche se diversi, perché diversa è la loro storia, e diverso soprattutto è il contorno. Ed è questo, forse, a far sì che Juno abbia lasciato in me, in sottotraccia, una sensazione più amara di Persepolis, come se quest’ultimo fosse, malgrado tutto, più del primo aperto alla speranza (e meno alle strumentalizzazioni).

You cannot resist!

commenti qui dalle 10:20 di lunedì, 07 aprile 2008, in epifanie sonore, svagatamente
Oh, yeah, grezzo, ruvido, essenziale, ammiccante, urticante, intimista, incazzato, serio, svitato, malinconico, aggressivo, istintuale, esplosivo al punto giusto l’Accelerate dei Rem. Perfetta l’accoppiata con l’ultimo Vasco. Il mondo che vorrei? Uno in cui “I’m Gonna Dj”.

Per il piacere di spigolare #1

commenti qui dalle 08:58 di venerdì, 04 aprile 2008, in spigolature
[...] il maggio ’68 ha respinto, nella tradizione della Rivoluzione francese, la duplice tutela della tradizione e dell’autorità e aperto così una crisi profonda in ambito educativo. I figli del baby-boom, nati in famiglie classiche in cui dominava il potere paterno, si sono affrettati, una volta diventati genitori, a distruggere i ruoli di padre e di madre, assimilati a despoti che torturavano i loro rampolli. E poiché la sola parola d’ordine di quegli anni era «Fa ciò che vuoi», i giovani uomini e le giovani donne che hanno avuto dei figli dopo il ’68 hanno spesso trasmesso loro solo l’odio nei confronti della trasmissione. Peggio ancora: molti non hanno mai voluto essere degli adulti, ma piuttosto degli amici, fratelli o sorelle maggiori che non insegnavano altro che a fare i propri comodi.

Pascal Bruckner, Il maggio dell’edonismo al potere, traduzione di Monica Fiorini, «Il Sole-24 Ore», 30 marzo 2008, p. 44.

D’accordo che con i giovani non bisogna stancarsi di dialogare. Ma ogni tanto non guasta qualche vaffàn.

Luca Goldoni, Il lavoro che c’è ma che nessuno vuole. Troppi filosofi, mancano i carpentieri, «il Resto del Carlino», 30 marzo 2008, p. 27.

Non voglio fare qui della facile sociologia: non ne ho la competenza. Ma credo che questo scadimento di stile che ci circonda dipenda da un sentimento di rifiuto per questo mondo che così com’è non ci piace per niente. Dichiaro senza ritegno il mio rimpianto per una convivenza che ho conosciuta da bambino dove ancora si praticavano, per educazione o anche solo per disciplina, le buone maniere.

Ermanno Olmi, Italiani, maleducata gente, «Il Sole-24 Ore», 30 marzo 2008, p. 33.

L’unico modo per ritrovare la motivazione, per me, è porre un limite ai segnali inquietanti che provengono dall’esterno, e tenere lo sguardo puntato sul fascio di bozze che ho sulla scrivania, sulla pila di manoscritti da esaminare, sul file del testo da impaginare: concentrarmi – come un musicista in studio di registrazione – sul processo concreto, tecnico, da cui nascerà l’oggetto che, in sé, mi sembra comunque e sempre rendere valido il lavoro che faccio, a prescindere dalla diffusione e dalla capacità di impatto che riuscirà ad avere [...].

Martina Testa, L’editoriale, minimum fax, 31 marzo 2008.

C’è allora, in qualche modo, in questo disco della [Cristina] Donà uno o più dei motivi per cui è bello essere donne. La capacità di creare, di dare la vita. La capacità di essere contemporaneamente ombra e luce. L’ambizione, se non la speranza, di riuscire a gestire il dolore. Le chiedi con cosa è che amoreggia di più, quando scrive una canzone: se con la pienezza della vita o con tutto quello che manca. Lei risponde: «Con entrambe. Parto da cosa mi manca, poi però noto che nelle canzoni arriva il riscatto, arriva il compenso, e prima che la canzone finisca. Sarà anche il mio ottimismo, il mio vedere il bicchiere sempre mezzo pieno... Si tratta di imparare che ciò che manca, ovvero il dolore, è lo stimolo. Poi sta a te gestirlo, descriverlo. Per dare valore alla vita, è necessario dare un perché alle cose. Riempirli, i vuoti. Imparare a valutare la negatività, senza negatività. È difficile», sorride.

Chiara di Clemente, L’intervista: Donà. «Io, alle radici dell’amore». La cantautrice si rilegge in versione acustica, «il Resto del Carlino», 30 marzo 2008, p. 30.

Il problema del lavoro femminile richiede una svolta epocale nel welfare (e mariti meno inetti). Altrimenti la società del futuro sarà grigia e avvizzita.

Giorgio Barba Navaretti, Wonderwoman ci potrà salvare, «Il Sole-24 Ore», 30 marzo 2008, p. 39 (recensione a Maurizio Ferrera, Il fattore D, Mondadori, Milano 2008).

E per chiudere con la sagra delle citazioni raccolte negli ultimi giorni, impossibile non proporre il brano che segue: tutto meno che il più dotto o il più illuminante della serie, ma, per me, senza dubbio il più emozionante. Pur non presente alla serata raccontata, l’immedesimazione è totale, per quella “ascolanità” interiore che, il più delle volte tenuta a bada, se non quasi sconfessata, periodicamente riemerge con prepotenza.

[...] Impossibile evitare di farsi venire la pelle d’oca al racconto di mister Mimmo Renna delle imprese bianconere dell’anno dei record, dei 61 punti della promozione con due mesi d’anticipo, della grande festa in piazza.
Impossibile non farsi solcare il viso da una lacrima al ricordo di mister Carlo Mazzone di quello che è stato il presidentissimo della storia bianconera: l’indimenticato Costantino Rozzi. Ma anche della storica prima promozione dell’Ascoli in serie A nell’ormai lontano 1974, delle straordinarie reti di “Faccia da gol” Renato Campanini (la “faina” è tuttora il capocannoniere principe nella storia dell’Ascoli Calcio).
Impossibile poi non “spellarsi le mani” all’arrivo di mister Marco Giampaolo, protagonista di una fortunosa promozione in A, ma poi anche di uno dei campionati in massima serie più belli della storia bianconera. [...]

Valerio Rosa, Racconti ed emozioni: che notte. Successo al Ventidio per la serata amarcord, «il Resto del Carlino», edizione Ascoli-Fermo, 30 marzo 2008, p. XXV.
foot

chi sono

traduttore editoriale piceno (email) ~
in libera uscita (di quando in quando, per variare, anche in un altro spazio). nell’esercizio della mia attività, invece, a parte qualche libro e delle recensioni su «la Rivista dei Libri», puoi trovarmi settimanalmente su «Internazionale»

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appare la bellezza mai assillante né oziosa / languida quando è ora e forte e lieve e austera / l’aria serena e di sostanza sferzante
C.S.I.

Siamo migliori della somma totale dei nostri successi e dei nostri fallimenti.
Ben Okri

La vita è una cosa buona se la lasciamo un poco quieta in noi.
Scipio Slataper

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